Io, Saturnalia!

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“L’Hiver ou Saturnales” – Antoine-François Callet

I Saturnalia, nell’Impero Romano, erano le celebrazioni stagionali che si tenevano dal 17 al 22 dicembre e precedevano il “Compleanno del Sole Invitto” (Dies Natalis Solis Invicti) del 23 dicembre. Non esistono documenti antichi che forniscono una descrizione completa di queste celebrazioni; i riferimenti a questa festività, tuttavia, sono numerosi e la loro influenza durò a lungo dopo che furono esclusi dal calendario ufficiale nella vasta regione dell’Impero Romano.

La caratteristica più marcata dei Saturnalia era la ritualizzazione della liberazione e dell’inversione dello stato sociale: i padroni servivano banchetti lussureggianti ai loro schiavi, la proprietà privata veniva resa pubblica per tutta la durata delle celebrazioni e i ranghi tra il popolo venivano equiparati. Statuette di cera o ceramica venivano offerte come regali comuni, poiché la semplicità della loro natura non rivelava lo status sociale ma erano accessibili a tutti. Giochi proibiti o deplorati, come il gioco d’azzardo o il gioco dei dadi, erano permessi anche agli schiavi e le noci erano comunemente usate come crediti. L’identità sociale effettiva veniva nascosta dietro maschere e giochi di ruolo; l’assunzione temporanea di identità alternative costituiva una parte essenziale nell’inversione dello stato sociale durante le festività.

“Ci sono aspetti utopici e gioiosi di un incurante benessere che affiancano elementi inquietanti di minaccia e pericolo” –  H.S. Versnel, Saturnus e Saturnalia, p. 148.

La nostra interpretazione moderna di Saturno (silenzio, restrizione, limitazione, morte, ritiro, assenza, struttura, significato) ha un ruolo fondamentale in queste feste selvagge quando cerchiamo di capire cosa significavano i Saturnalia per le persone in posizioni di potere nella società: perdevano improvvisamente il loro status di padroni, l’accesso esclusivo alle loro ville, la loro proprietà privata, così come tutti i loro privilegi e poteri. Prendere liberamente possesso di qualunque cosa era molto divertente, a meno che non si trattasse dei propri possedimenti; in tal caso, i Saturnalia non promettevano di guadagnare nulla, piuttosto si perdeva tutto.

È qui che troviamo un meccanismo essenziale in cui virtù, abilità e poteri magici venivano insegnati agli esseri umani. I Saturnalia si limitavono a cogliere questo schema di apprendimento magico ritualizzandolo in un contesto sociale pubblico. Tuttavia, il significato sottostante rimaneva intatto ed era profondamente connesso alle forze di Saturno: l’apprendimento nel regno magico avviene sempre nel modo più difficile. Ciò significa che le nuove virtù o abilità si sviluppano meglio attraverso l’esperienza della loro assenza. Così, per i potenti, i Saturnalia erano una dolorosa lezione su cosa significasse davvero detenere il potere e la imparavano attraverso l’esperienza della privazione del potere stesso (temporanea e ritualmente regolata).

Tutto ciò che apprendiamo nel modo più difficile segue lo stesso schema: ne apprendiamo il valore proprio non raggiungendolo. Impariamo a conoscere il valore di una risorsa o di una competenza sperimentando il disagio quando non è disponibile e quando, tuttavia, è estremamente necessario. Alla luce di ciò, i Saturnalia, il periodo in cui entriamo ogni anno a partire dal 17 dicembre, è una meravigliosa opportunità per ricordare le lezioni sulla forza e il potere che abbiamo appreso attraverso la loro privazione. Ecco alcune riflessioni del mio viaggio in questi giorni ombrosi…

“Io Saturnalia!” era il grido rituale che i Romani urlavano per le strade o quando si precipitavano nelle camere private dei loro padroni. Potrebbe anche essere stato il lamento dei gladiatori poco prima che le loro teste venissero tagliate per essere offerte all’oscuro padre ctonio Saturno…

Una lezione sulla forza

L’apprendimento della forza inizia quando ci rendiamo conto di quanto siano fragili i confini sicuri che pensavamo di aver eretto intorno a noi stessi. Inizia quando ci rendiamo conto di quanto siano fragili i lucchetti che abbiamo appeso sulle cose che temevamo di perdere. Inizia quando ci rendiamo conto di quanto sia debole la pietra che avevamo scambiato per la nostra pelle.

Al centro di tutte le dure lezioni sulla forza riposa una verità molto semplice: tutto ciò che ci dovrà essere strappato ci sarà tolto. Per quanto sia difficile lottarvi contro, per quanto pensiamo di poterci difendere, non fa la minima differenza. La paura che ci spinge a proteggere ciò che abbiamo è l’esatto contrario della forza di cui abbiamo bisogno per accettare ed adattarci.

Per quanto siano profondi, Saturno attraverserà quei fossati che abbiamo eretto tra noi stessi e il mondo. Per quanto siano spesse, Saturno attraverserà le pesanti mura dei nostri castelli. E Saturno vagherà nelle tenebre attraverso il labirinto dei ricordi che abbiamo costruito durante una vita intera, proprio allo scopo di ritrovare la coppa che avevamo tenuto sepolta nei nostri cuori.

Sappiamo tutti che stiamo andando incontro alla nostra morte. La differenza sta nel modo in cui percorriamo questo tratto ​​durante il nostro viaggio e in quanto riusciamo a rimanere sereni mentre percorriamo la strada. Tutte le idee sulla forza, il potere e la protezione diventano prive di significato una volta che riusciamo a farcela fino in fondo. Come i vestiti lasciati cadere per strada, la nostra forza ci verrà tolta gradualmente, pezzo dopo pezzo e poco alla volta, fino a quando non ne rimarrà più nulla. Alla fine saremo nudi e vulnerabili, proprio come all’inizio del viaggio. Quindi, se la vera forza non può essere misurata dalla larghezza dei nostri fossati, dalla solidità delle nostre mura e dalla profondità dei labirinti in cui ci nascondiamo, da cosa, allora, può essere misurata?

“Ciò che dobbiamo imparare a fare, lo impariamo facendolo” – Aristotele

A questo troviamo tutti delle risposte. Per ora la mia risposta migliore è questa: la vera forza non si misura dal tempo che impieghiamo per riuscire a rinviare la sconfitta o la morte. La vera forza si misura da quanto riusciamo a restare calmi e sereni mentre la sconfitta si dirige verso di noi. La vera forza è misurata in once di resilienza. Molto più che dalla nostra capacità di espanderci in un nuovo territorio, la vera forza si misura dalla nostra capacità di adeguarci flessibilmente e agilmente alle mutevoli circostanze del territorio che ci è rimasto. La vera forza si misura dalla nostra capacità di provare felicità mentre soffriamo. È un’abilità insegnata attraverso il paradosso. Non mira a risolvere la tensione, bensì a convivere comodamente con essa.

Alcuni cari amici hanno dovuto attraversare esperienze molto difficili negli ultimi anni. A molti di loro è stata diagnosticata una malattia grave; non del tipo che arriva per andare via come gli uccelli in una colombaia, ma di quelli che arriva per restare. Mi hanno tutti profondamente impressionato per il modo in cui hanno gestito e continuano a gestire queste esperienze e mi hanno insegnato la vera natura della forza. Ciascuno di loro sta perdendo e ritirandosi dai confini accuratamente eretti in diversi periodi della loro vita, e ciascuno di loro ha bisogno di trovare una nuova dimora sul poco terreno che gli è rimasto. Poiché alcune parti del terreno viene occupato dalla malattia e altre dalla perdita o dall’età che avanza, il terreno su cui possiamo poggiarci fermamente ed essere noi stessi svanisce lentamente. La forza in questo senso è un interminabile esercizio in agilità e leggerezza, umiltà e umorismo, è l’esercizio dell’accontentarsi di molto meno e tuttavia, proprio per questo, si acquisisce una migliore capacità di recupero.

Saturno insegna la forza attraverso la rinuncia. Ostacolandoci con povertà, debolezza ed insignificanza, Saturno ci invita a smettere di combattere le forze che sembrano minacciare le nostre ricchezze e il nostro attuale stato di benessere. In realtà, Saturno ci invita a rinunciare all’idea stessa di rifugio sicuro e ad esporci completamente alla realtà dello stare nudi in questo mondo.

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Philip Galle (1537-1612), da Marten Van Heemskerck – “Divitum misera sors” , tav. 1

A molti di noi sarà familiare la seguente citazione della Bibbia: “È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio” (Matteo 19:23). Tuttavia, pochi conoscono la storia raccontata – almeno dal XV secolo – in cui si associa la cruna dell’ago ad una porticina nella città di Gerusalemme che si apriva quando la porta principale della città veniva chiusa al tramonto. Secondo questo racconto, un cammello poteva passare attraverso questa porta più piccola se si fosse abbassato e avesse rimosso totalmente il suo bagaglio. Per entrare nella città di Dio bisognava lasciar andare le proprie ricchezze accumulate. O almeno, bisognava lasciarle oltre la soglia.

* * * * *

Siamo appena entrati nei Saturnalia dell’anno 2017. È un buon momento per riflettere su cosa significano per ognuno di noi.

Se si sceglie di considerarli come una breve stagione di libertà e uguaglianza in cui, per una volta, ci si è seduti al tavolo del padrone, cosa ci fa capire sul nostro potere e sulla nostra influenza durante il resto dell’anno? In fondo, erano le persone che erano schiave 358 giorni all’anno che accoglievano con entusiasmo e godevano dei sette giorni di libertà e di inversione dello stato sociale.

D’altra parte, se si sceglie di considerare i Saturnalia come una minaccia, come una breve stagione di anarchia e di perdita della propria proprietà e della propria ricchezza custodita – cosa ci fa capire su quanto dovremo perdere una volta che Saturno visiterà le nostre case (o corpi) per rimanerci in modo permanente? E se tutte le energie, le preoccupazioni e le precauzioni che spendiamo per salvaguardare le cose che abbiamo guadagnato fossero spese invano? Dopotutto, ogni stagione ha il suo padrone – e messo a confronto con i decenni di una vita, nessuno di loro dura molto a lungo.

Si tratta di questo, con Saturno: nessuno di noi riesce ad ingannarlo o sfuggirlo, sia che scegliamo di appartenere ai ricchi o ai poveri, ai potenti o ai più deboli. L’unico modo in cui possiamo prepararci all’incontro con il vecchio con la falce è allenare la nostra agilità e leggerezza, la nostra capacità di non aggrapparci a nulla, ma senza ignorare il valore di queste qualità quando sono presenti.

Suggerisco quanto segue, e principalmente a me stesso: piuttosto che affamarci fino alla morte affinché, una volta caduta, la nostra anima possa passare attraverso l’ago, proviamo qualcosa di completamente diverso. Invece di cercare di spremerci attraverso la cruna dell’ago, impariamo a bilanciare il nostro peso sulla capocchia dello spillo. Allora potremmo renderci conto che non è affatto un ago quello con cui Saturno vuole che lavoriamo – piuttosto è un fulcro. E forse è qui che si nasconde l’adepto in ognuno di noi: in piedi nudi, ma calmi, in mezzo ai due piatti della bilancia.

Io Saturnalia!

Fonte: Io Saturnalia!, di Frater Archer
Traduzione: Alessandra Ricci

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